Nuovo appuntamento con la rubrica dedicata alle recensioni su anime e manga, realizzate degli utenti di AnimeClick.it.
Se volete farne parte anche voi... rimboccatevi le maniche e recensite!
Ricordiamo che questa rubrica non vuole essere un modo per giudicare in maniera perentoria i titoli in esame, ma un semplice contesto in cui proporre delle analisi che forniscano, indipendentemente dal loro voto finale, spunti interessanti per la nascita di discussioni, si auspica, costruttive per l'utenza.
Per saperne di più continuate a leggere.
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Troppo Cattivi
6.5/10
Recensione di Fabbrizio_on_the_Road
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Il 2022 può essere considerato l’anno del riscatto di DreamWorks. Dopo anni di film tremendamente infantili o decisamente poco ispirati, il celebre studio di animazione è riuscito a risollevarsi grazie a due pellicole decisamente più interessanti di quelle uscite nel suo recente passato, ovvero “Troppo Cattivi” e “Il Gatto con gli Stivali 2”. Se è vero che il secondo si è rivelato un film convincente a tutto tondo, ma pur sempre la rivisitazione di un personaggio già noto, il primo, seppur con i suoi limiti, ha rappresentato una vera novità dopo anni caratterizzati da valanghe di sequel e spin-off.
Nonostante “Troppo Cattivi” sia sommariamente un film discreto, la mediocrità generale delle ultime produzioni dello studio rischia comunque di farlo sembrare più brillante e coraggioso di quanto non sia in realtà. Si tratta infatti di un’opera piuttosto altalenante, caratterizzata da punti di forza e di debolezza molto netti. Partendo dagli aspetti maggiormente apprezzabili, non si può non citare un buon lato tecnico, caratterizzato da animazioni di qualità, una notevole espressività dei personaggi e una regia convincente, che eccelle soprattutto nelle scene d’azione (notevole a mio avviso il combattimento nella prigione). I colori e le ambientazioni molto solari potrebbero non piacere a tutti, ma personalmente li ho trovati azzeccati per il tipo di storia. Molto riuscita la caratterizzazione di due personaggi su tutti, il protagonista Mr. Wolf e la volpe Diane. Se il primo funziona soprattutto in virtù del suo percorso di crescita e redenzione, la seconda è una vera femme fatale in grado di rompere gli equilibri della narrazione e portare lo sviluppo degli eventi su altri piani. Chiudendo la lista dei pregi, sottolineerei il fatto che il film, nonostante qualche ingenuità, riesce sempre a intrattenere, offrendo una visione divertente ed entusiasmante, anche grazie al buon mix di azione, avventura e confronto tra i personaggi che rendono la pellicola piuttosto coinvolgente nel suo insieme.
Sebbene il risultato finale sia abbastanza buono, il film lascia perplessi in più occasioni a causa di alcune sbavature evidenti. In primis, la duplice natura della storia, che soffre di palesi velleità moralistiche e che al tempo stesso cade nella tentazione di voler lasciar perdere ogni possibile insegnamento per offrire solo intrattenimento spicciolo. Quest’indecisione su quale spessore morale dare agli eventi del film finisce per esaltare un continuo cambio di rotta che mi ha dato l’impressione di una pellicola che prima vuole fare una lezioncina, anche piuttosto banale e didascalica, e poi vuole fregarsene di tutto attraverso un cinismo all’acqua di rose. Insomma, mi sarebbe piaciuto maggiormente un film più equilibrato nelle intenzioni, che sapesse tenere in piedi sia il lato più impegnato che quello più scanzonato della storia.
Anche volendo trovare del buono nella componente più seria della narrazione, quella che cerca di evidenziare la pericolosità dei pregiudizi o la bontà di un certo tipo di redenzione, si rimane comunque insoddisfatti dell’inconsistenza delle argomentazioni. Abbiamo buoni e cattivi, ma cosa fa nascere questa disparità di comportamenti? Tutto sembra determinato da questioni individuali. Zero riflessioni sul ruolo della società, del contesto in cui si cresce, delle persone che si incontrano e via dicendo. Insomma, se ci fosse stato il coraggio di alzare l’asticella degli argomenti, si sarebbe entrati nel campo della politica, e forse sarebbe stato giusto, ma è evidente che qualcuno ha pensato che fosse meglio evitare discussioni troppo impegnative e potenzialmente divisive, e ci si limita quindi a dare pochi, scadenti, messaggi che si presuppone possano piacere sia a destra che a sinistra.
Incapace di sviluppare un serio discorso sul rapporto individuo-società, che anzi viene proprio ignorato, nullificando quindi ogni discussione sulla bontà o malignità delle persone che da premesse doveva essere invece il tema cardine, il film fallisce su un altro aspetto: i personaggi secondari.
A differenza del lupo e della volpe che godono di un’ottima caratterizzazione, quasi tutti gli altri personaggi non spiccano sotto nessun aspetto. Si salva forse il serpente, che risulta quantomeno funzionale ai fini della trama. Ben poco interessante invece l’antagonista principale, mentre gli altri membri della banda sono semplicemente insopportabili. Personaggi perlopiù inutili e a tratti irritanti, così com’è occasionalmente irritante il lato comico della pellicola, ancorato a una dimensione volgare e infantile da cui lo studio fatica proprio a liberarsi.
Nonostante gli evidenti limiti e i problemi di scrittura, “Troppo Cattivi” è un film discreto, che offre una visione appassionante, grazie a una coppia di protagonisti valida e a un lato tecnico di buon livello. Benché conservi un lato infantile che si nota di tanto in tanto, la pellicola si distingue per essere un incoraggiante tentativo dello studio di uscire dalla dimensione di film per soli bambini a cui si era relegato negli anni precedenti. Operazione che verrà compiuta meglio dal successivo “Gatto con gli stivali 2”. Considerando il vizio di DreamWorks di fare sequel per ogni produzione, mi auguro che perlomeno un possibile “Troppo Cattivi 2” possa dare sfogo a un lato riflessivo meglio costruito e con un cast di personaggi interessante nella sua totalità.
Nonostante “Troppo Cattivi” sia sommariamente un film discreto, la mediocrità generale delle ultime produzioni dello studio rischia comunque di farlo sembrare più brillante e coraggioso di quanto non sia in realtà. Si tratta infatti di un’opera piuttosto altalenante, caratterizzata da punti di forza e di debolezza molto netti. Partendo dagli aspetti maggiormente apprezzabili, non si può non citare un buon lato tecnico, caratterizzato da animazioni di qualità, una notevole espressività dei personaggi e una regia convincente, che eccelle soprattutto nelle scene d’azione (notevole a mio avviso il combattimento nella prigione). I colori e le ambientazioni molto solari potrebbero non piacere a tutti, ma personalmente li ho trovati azzeccati per il tipo di storia. Molto riuscita la caratterizzazione di due personaggi su tutti, il protagonista Mr. Wolf e la volpe Diane. Se il primo funziona soprattutto in virtù del suo percorso di crescita e redenzione, la seconda è una vera femme fatale in grado di rompere gli equilibri della narrazione e portare lo sviluppo degli eventi su altri piani. Chiudendo la lista dei pregi, sottolineerei il fatto che il film, nonostante qualche ingenuità, riesce sempre a intrattenere, offrendo una visione divertente ed entusiasmante, anche grazie al buon mix di azione, avventura e confronto tra i personaggi che rendono la pellicola piuttosto coinvolgente nel suo insieme.
Sebbene il risultato finale sia abbastanza buono, il film lascia perplessi in più occasioni a causa di alcune sbavature evidenti. In primis, la duplice natura della storia, che soffre di palesi velleità moralistiche e che al tempo stesso cade nella tentazione di voler lasciar perdere ogni possibile insegnamento per offrire solo intrattenimento spicciolo. Quest’indecisione su quale spessore morale dare agli eventi del film finisce per esaltare un continuo cambio di rotta che mi ha dato l’impressione di una pellicola che prima vuole fare una lezioncina, anche piuttosto banale e didascalica, e poi vuole fregarsene di tutto attraverso un cinismo all’acqua di rose. Insomma, mi sarebbe piaciuto maggiormente un film più equilibrato nelle intenzioni, che sapesse tenere in piedi sia il lato più impegnato che quello più scanzonato della storia.
Anche volendo trovare del buono nella componente più seria della narrazione, quella che cerca di evidenziare la pericolosità dei pregiudizi o la bontà di un certo tipo di redenzione, si rimane comunque insoddisfatti dell’inconsistenza delle argomentazioni. Abbiamo buoni e cattivi, ma cosa fa nascere questa disparità di comportamenti? Tutto sembra determinato da questioni individuali. Zero riflessioni sul ruolo della società, del contesto in cui si cresce, delle persone che si incontrano e via dicendo. Insomma, se ci fosse stato il coraggio di alzare l’asticella degli argomenti, si sarebbe entrati nel campo della politica, e forse sarebbe stato giusto, ma è evidente che qualcuno ha pensato che fosse meglio evitare discussioni troppo impegnative e potenzialmente divisive, e ci si limita quindi a dare pochi, scadenti, messaggi che si presuppone possano piacere sia a destra che a sinistra.
Incapace di sviluppare un serio discorso sul rapporto individuo-società, che anzi viene proprio ignorato, nullificando quindi ogni discussione sulla bontà o malignità delle persone che da premesse doveva essere invece il tema cardine, il film fallisce su un altro aspetto: i personaggi secondari.
A differenza del lupo e della volpe che godono di un’ottima caratterizzazione, quasi tutti gli altri personaggi non spiccano sotto nessun aspetto. Si salva forse il serpente, che risulta quantomeno funzionale ai fini della trama. Ben poco interessante invece l’antagonista principale, mentre gli altri membri della banda sono semplicemente insopportabili. Personaggi perlopiù inutili e a tratti irritanti, così com’è occasionalmente irritante il lato comico della pellicola, ancorato a una dimensione volgare e infantile da cui lo studio fatica proprio a liberarsi.
Nonostante gli evidenti limiti e i problemi di scrittura, “Troppo Cattivi” è un film discreto, che offre una visione appassionante, grazie a una coppia di protagonisti valida e a un lato tecnico di buon livello. Benché conservi un lato infantile che si nota di tanto in tanto, la pellicola si distingue per essere un incoraggiante tentativo dello studio di uscire dalla dimensione di film per soli bambini a cui si era relegato negli anni precedenti. Operazione che verrà compiuta meglio dal successivo “Gatto con gli stivali 2”. Considerando il vizio di DreamWorks di fare sequel per ogni produzione, mi auguro che perlomeno un possibile “Troppo Cattivi 2” possa dare sfogo a un lato riflessivo meglio costruito e con un cast di personaggi interessante nella sua totalità.
Pompoko
8.0/10
I tanuki sono protagonisti di migliaia di leggende che costellano tutta la storia del Giappone. I tanuki sono noti principalmente per la loro capacità di assumere qualunque forma, e per gli scherzi, solitamente inoffensivi, giocati agli esseri umani. Circolano centinaia di storie in cui i tanuki truffano gli esseri umani, comprando del saké e pagandolo con delle foglie trasformate in banconote. Alcuni tanuki, come quelli che nel film vivono nel tempio di Awa, sono inoltre considerati divinità nell’olimpo giapponese, conosciuti per essere forti e potenti, e per questo oggetto di venerazione da parte degli esseri umani.
Il film si svolge nell’era Heisei. I protagonisti sono animali chiamati tanuki, dei cani-procione, fisicamente simili al procione, ma appartenenti alla famiglia dei canidi. Strutturata come un documentario a metà tra lo storico e il naturalistico, con tanto di voce narrante esplicativa, la storia segue le vicissitudini di un gruppo di tanuki in particolare, che vive presso il tempio di Awa. Quando il monte Tama, su cui risiedono alcuni branchi di questi animali, diviene il sito per un grandioso progetto di edilizia residenziale in risposta al fabbisogno abitativo di Tokyo, i tanuki dichiarano aperte le ostilità verso l’invasore umano, contro il quale utilizzeranno azioni di guerriglia e tutti i trucchi di cui dispongono, agendo prima con le buone e poi con le cattive. Il titolo del film, “Pompoko”, è una parola non traducibile in italiano. Pom Poko è la trascrizione onomatopeica del rumore che producono i tanuki quando usano i loro stomaci (o i loro testicoli) come tamburi, credenza assai diffusa in Giappone.
“Pompoko” nasce dalla geniale mente di Isao Takahata, amico e storico collaboratore di Hayao Miyazaki. Il regista giapponese riprende la tematica ecologista, grande leitmotiv dello Studio Ghibli, e la rende assoluta protagonista del suo lungometraggio. Niente veli o messaggi subliminali, Takahata dichiara di voler parlare del problema, sempre attuale, del disboscamento e della deforestazione per favorire le costruzioni umane, e lo fa apertamente, non senza un pizzico di rammarico. Egli è, non per sua volontà evidentemente, parte di quell’umanità che ha fatto della speculazione edilizia uno dei suoi tratti caratteristici e, per questo, colpevole della distruzione dell’habitat dei tanuki, scelti da Takahata per rappresentare emblematicamente la natura depauperata dei propri spazi. Nonostante questo senso di delusione e malinconia, il film non manca di divertire lo spettatore. La comicità è molto presente nel film e i principali artefici di quest’ultima sono i tanuki stessi, molto abili nella pratica del trasformismo. Questi strani animali possono trasformarsi in qualsiasi cosa, oggetto o persona, essi vogliano, talvolta fallendo miseramente, provocando così l’ilarità dello spettatore. Attenzione, però. La capacità di trasformazione dei tanuki non è un mero espediente narrativo per rendere il film più divertente e appetibile, ma è la trasposizione cinematografica di una leggenda millenaria giapponese, secondo cui alcuni animali sarebbero capaci di trasformarsi, come i kitsune - le volpi - e appunto i tanuki. Questo lungometraggio, infatti, presenta moltissimi tratti caratteristici della cultura, religione e folklore giapponese. Come già visto, il titolo stesso può essere difficilmente intelligibile a uno spettatore non avvezzo alla cultura giapponese. Folklore, intento moralistico e comicità si alternano e mescolano magistralmente in questa pellicola che, forse, ha un solo difetto: la durata. Dal computo totale dei centoventi minuti, Takahata ne avrebbe potuto tagliare una quindicina appena, rendendo il film meno lungo e leggermente più godibile. Effettivamente, due ore piene sono tante, ma non troppe, per raccontare la storia dei tanuki del tempio di Awa, che personalmente non mi ha annoiato per niente.
Musicalmente perfetto. Impeccabile il comparto tecnico. Fluide le animazioni e molto ben disegnati i tanuki, che ci vengono presentati innanzitutto con un aspetto realistico, e li vediamo in questa forma ogni volta che devono interagire con gli esseri umani, o con il loro mondo. Se si fossero presentati agli uomini in forma antropomorfa, simile alle rappresentazioni degli animali fatte dalla Disney, il film avrebbe compromesso l’importante messaggio di cui si faceva tramite, perdendo quindi di significato. Predominante, neanche a dirlo, il verde delle colline. Verde come la speranza che l’essere umano impari finalmente a rispettare la natura.
In definitiva, “Pompoko” è un film da vedere assolutamente, come tutti i film di Isao Takahata.
Il film si svolge nell’era Heisei. I protagonisti sono animali chiamati tanuki, dei cani-procione, fisicamente simili al procione, ma appartenenti alla famiglia dei canidi. Strutturata come un documentario a metà tra lo storico e il naturalistico, con tanto di voce narrante esplicativa, la storia segue le vicissitudini di un gruppo di tanuki in particolare, che vive presso il tempio di Awa. Quando il monte Tama, su cui risiedono alcuni branchi di questi animali, diviene il sito per un grandioso progetto di edilizia residenziale in risposta al fabbisogno abitativo di Tokyo, i tanuki dichiarano aperte le ostilità verso l’invasore umano, contro il quale utilizzeranno azioni di guerriglia e tutti i trucchi di cui dispongono, agendo prima con le buone e poi con le cattive. Il titolo del film, “Pompoko”, è una parola non traducibile in italiano. Pom Poko è la trascrizione onomatopeica del rumore che producono i tanuki quando usano i loro stomaci (o i loro testicoli) come tamburi, credenza assai diffusa in Giappone.
“Pompoko” nasce dalla geniale mente di Isao Takahata, amico e storico collaboratore di Hayao Miyazaki. Il regista giapponese riprende la tematica ecologista, grande leitmotiv dello Studio Ghibli, e la rende assoluta protagonista del suo lungometraggio. Niente veli o messaggi subliminali, Takahata dichiara di voler parlare del problema, sempre attuale, del disboscamento e della deforestazione per favorire le costruzioni umane, e lo fa apertamente, non senza un pizzico di rammarico. Egli è, non per sua volontà evidentemente, parte di quell’umanità che ha fatto della speculazione edilizia uno dei suoi tratti caratteristici e, per questo, colpevole della distruzione dell’habitat dei tanuki, scelti da Takahata per rappresentare emblematicamente la natura depauperata dei propri spazi. Nonostante questo senso di delusione e malinconia, il film non manca di divertire lo spettatore. La comicità è molto presente nel film e i principali artefici di quest’ultima sono i tanuki stessi, molto abili nella pratica del trasformismo. Questi strani animali possono trasformarsi in qualsiasi cosa, oggetto o persona, essi vogliano, talvolta fallendo miseramente, provocando così l’ilarità dello spettatore. Attenzione, però. La capacità di trasformazione dei tanuki non è un mero espediente narrativo per rendere il film più divertente e appetibile, ma è la trasposizione cinematografica di una leggenda millenaria giapponese, secondo cui alcuni animali sarebbero capaci di trasformarsi, come i kitsune - le volpi - e appunto i tanuki. Questo lungometraggio, infatti, presenta moltissimi tratti caratteristici della cultura, religione e folklore giapponese. Come già visto, il titolo stesso può essere difficilmente intelligibile a uno spettatore non avvezzo alla cultura giapponese. Folklore, intento moralistico e comicità si alternano e mescolano magistralmente in questa pellicola che, forse, ha un solo difetto: la durata. Dal computo totale dei centoventi minuti, Takahata ne avrebbe potuto tagliare una quindicina appena, rendendo il film meno lungo e leggermente più godibile. Effettivamente, due ore piene sono tante, ma non troppe, per raccontare la storia dei tanuki del tempio di Awa, che personalmente non mi ha annoiato per niente.
Musicalmente perfetto. Impeccabile il comparto tecnico. Fluide le animazioni e molto ben disegnati i tanuki, che ci vengono presentati innanzitutto con un aspetto realistico, e li vediamo in questa forma ogni volta che devono interagire con gli esseri umani, o con il loro mondo. Se si fossero presentati agli uomini in forma antropomorfa, simile alle rappresentazioni degli animali fatte dalla Disney, il film avrebbe compromesso l’importante messaggio di cui si faceva tramite, perdendo quindi di significato. Predominante, neanche a dirlo, il verde delle colline. Verde come la speranza che l’essere umano impari finalmente a rispettare la natura.
In definitiva, “Pompoko” è un film da vedere assolutamente, come tutti i film di Isao Takahata.
Billy Bat
9.5/10
Recensione di DarkSoulRead
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Un fumetto può cambiare il mondo?
Il sodalizio tra Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki ha dato vita a trame magnificamente intessute, dopo aver già collaborato in “Monster” ma sopratutto in “Pluto” (è nell'opera tributo a Tezuka che Nagasaki ha contribuito alla stesura della storia) i due decidono di fondere nuovamente i loro geni creativi ideando “Billy Bat”.
Stati Uniti, 1949.
Kevin Yamagata è un autore di fumetti nippo-americano, il suo Billy Bat, un pipistrello detective umanizzato che si districa con fare eroico in un mondo di animali anch'essi antropomorfizzati, sta spopolando in America. Durante una perquisizione nel suo studio di disegno un poliziotto fa notare a Kevin come il suo Billy sia identico al personaggio di un manga pubblicato anni prima in Giappone. Yamagata convinto di non aver plagiato nessuno (almeno non consapevolmente) e che il suo sia il Billy originale, si reca a Tokyo per cercare di risolvere il mistero. Qui scopre che Billy Bat è molto più di un semplice pipistrello su carta, constatando come spesso ciò che ha raffigurato lui stesso nel fumetto abbia una tragica corrispondenza con ciò che accade nella realtà. Nel mentre un’organizzazione segreta sta cercando a tutti i costi di mettere le mani su un certo rotolo risalente al periodo Sengoku.
Urasawa si destreggia voluttuosamente tra le sue zone di comfort, permeando l’opera di quella magnetica suspense e un tocco di paranormale con cui ormai ha ampiamente consolidato la sua cifra stilistica.
Le fattezze cartoonesche e fumettose del personaggio di Billy Bat trovano un perfetto equilibrio con il tratto “realistico” con cui è rappresentato il resto dell’universo narrativo, sinergizzando in un contrasto armonico tra fumetto e metafumetto su cui l’intera opera fa leva.
Pur presentandosi con una formula all’apparenza particolarmente originale “Billy Bat” di fatto non porta nulla di veramente innovativo, il concetto di metafumetto era già stato visto in “Mangabomber” e poi in “Bakuman” opera parallela a “Billy Bat” in termini di pubblicazione; inoltre l’idea del protagonista accusato di plagio verso un altro autore venne a Stephen King in “Finestra segreta, giardino segreto” da cui è stato tratto anche un film con Jhonny Depp “Secret Window”. E qui la prima genialata di Urasawa: Il padre di Kevin Yamagata era un giardiniere ed un giorno inventò delle avanguardistiche tronchesi, disse dell’idea ad un suo amico che divenne ricco brevettando le cesoie al suo posto. “Non devi mai rubare le cose degli altri” furono le parole del padre di Kevin in punto di morte. Ecco che il plagio del protagonista assume un peso morale gravoso, che intensifica il racconto.
Urasawa come fonte d’ispirazione attinge anche dal suo stesso parco opere: Il fumetto Billy Bat che prevede il futuro ricorda il libro delle profezie di “20th Century Boys”, e Kevin Yamagata è un ibrido tra Kenji Endo e Kenzo Tenma, tra l’altro a metà opera il protagonista scompare per poi riapparire nel finale proprio come Kenji in “20th Century Boys”, quindi stessa scelta narrativa. Le tecniche di narrazione scelte da Naoki sono le tipiche a cui il mangaka ci ha abituato: abuso della sospensione e continui flashback e flashforward a cesellare una storia che si dipana su più piani temporali.
La caratterizzazione dei personaggi è al solito magistrale, e anche se probabilmente non si raggiungono i livelli di “Monster” “20th Century Boys” o “Pluto” restiamo su standard altissimi. Cito Kyoshi Kurusu, personaggio meravigliosamente tratteggiato, stesso nome di Sada Kyoshi il Sadakiyo di “20th Century Boys”, anche lui come Kurusu bullizzato da bambino, il cui epilogo sulla luna è davvero un tuffo al cuore. E il poco biasimabile “omicida” Lee Harwey Oswald, tra i personaggi riusciti meglio dell’intera carriera artistica urasawiana, la cui personalità è esempio di tridimensionalità caratteriale difficilmente riscontrabile in un manga, protagonista indiscusso di uno degli archi narrativi più avvincenti dell’opera in esame. Nell’universo di “Billy Bat” personaggi fittizi e personaggi storici riescono a coesistere perfettamente intrecciando i loro destini uniti da un unico fil rouge: il pipistrello. Si passa da Gesù Cristo a Francisco Xavier, da un cavernicolo all’invasione della provincia di Iga da parte delle truppe di Nobunaga (fondamentale per il rotolo), con la lente di ingrandimento puntata però sul XX secolo. È sui fatti più incisivi del secolo scorso che infatti gli autori decidono di concentrarsi maggiormente, spaziando dalla seconda guerra mondiale all’assassinio di Kennedy, dall’allunaggio fino alla caduta delle torri gemelle; contestualizzando perfettamente personalità del calibro di Hitler ed Einstein, protagonisti di un dialogo da pelle d’oca in un giardino d’autunno. Urasawa scompagina lo spartito reinventando una storia in cui qualcosa va come deve andare e qualcos’altro no, una realtà in cui la Coca-Cola si chiama Golden Cola e Godzilla Godzulla. È questa insolita mistura dal fascino abbacinante fatta di vero e falso, di bianco e nero, a rendere “Billy Bat” un unicum nel panorama fumettistico.
È bianco o nero? È quello buono o quello cattivo?
Soltanto alcuni personaggi hanno il cosiddetto “dono” che gli permette di vedere ed interagire con l’entità del pipistrello.
Ad un certo punto del manga si scopre che ci sono due pipistrelli: uno bianco ed uno nero, uno buono ed uno cattivo. Urasawa depista il lettore scherzando un po’ come piace a lui, persuadendolo che la risoluzione dell’enigma si celi dietro la dicotomia bene-male.
Se Kevin Yamagata rappresenta il fumettista che dopo una gavetta secolare raccoglie i suoi frutti, Kevin Goodman (il suo successore come ruolo di protagonista ed autore di Billy Bat) rappresenta invece la borghesia e le facili opportunità: è infatti il figlio del presidente della Golden Cola e di una carismatica immigrata africana.
Kevin e Kevin, due facce della stessa medaglia. Un nikkeijin e un afro-americano, un povero e un ricco, un bianco e un nero, appunto. Sembrerebbe quindi logicamente consequenziale identificare uno come il buono e l’altro come il cattivo.
Ma Kevin Goodman in realtà dista anni luce dagli archetipi del malvagio (a detta di Urasawa è il protagonista che maggiormente lo rispecchia nelle sue opere), il ragazzo dimostra la stessa abnegazione di Yamagata nello svolgere il suo lavoro, inoltre non utilizzerà mai i soldi della famiglia per facilitarsi il compito, preferendo piuttosto partire da zero come tutti i normali fumettisti. Nonostante una contestualizzazione volutamente agli antipodi i due protagonisti incarnano le stesse identiche ideologie, e qui abbiamo (oltre alla lapalissiana denuncia all’industria dell’intrattenimento) la più importante critica che gli autori spingono all’umanità: la polarizzazione.
Sin dall’alba dei tempi l’essere umano per semplificarsi i processi logici e la comprensione del “tutto” tende a raggruppare le sue concezioni cognitive in due macrocosmi: bene e male, bianco e nero, dimostrando una certa incapacità di guardare nel mezzo. Cercando di decifrare il criptico simbolismo urasawiano, notiamo come l’autore cerchi invece di mostrarci le sfumature, l’intersezione tra i due macrocosmi e i microcosmi che vi orbitano all’interno, trascinandoci in un luogo in cui non esistono buoni o cattivi, bianchi o neri, ma solo uomini con le proprie ragioni, i propri ideali, le proprie bandiere... come in guerra. Esplicativo in tal senso il finale, non istrionico come poteva essere lecito attendersi ma comunque soddisfacente (ehi è Urasawa) e coerente con l’opera nella sua interezza.
Numerosissimi i riferimenti, alcuni espliciti altri più velati: il maggior numero di reference se le accaparrano “il Dio dei manga” Osamu Tezuka ( il personaggio di Zofu è un forte tributo al creatore di Astro Boy) e senza dubbio Walt Disney (il villain principale Chuck Culkin è palesemente ispirato al papà di Topolino e anche il personaggio di Billy Bat è un chiaro riferimento a Mickey Mouse, con tanto di Billyland in Florida).
Questo fumetto è uno sfavillante turbinio citazionistico, un ribollente calderone atavico che inizia con Francis Ford Coppola e finisce con Stanley Kubrick, attraversando, con veri e propri viaggi nel tempo, la storia, la musica, l’arte e la cultura pop in generale.
Se non vi piace Urasawa difficilmente questa lettura saprà farvi ricredere. “Billy Bat” è la consacrazione di una semantica autoriale tra le più riconoscibili in terra nipponica, e si presenta con i classici stilemi urasawiani senza se e senza ma; ciò nondimeno potrebbe rivelarsi l’opera perfetta per approcciarsi a un autore che, a conti fatti, si conferma di volta in volta una delle penne più raffinate delle nona arte.
Un manga sulla forza salvifica del fumetto, inteso non come mero intrattenimento, ma come importante mezzo divulgativo di un messaggio con cui è addirittura possibile salvare il mondo.
Si nota il solito (stavolta leggero) calo nel pre-finale, piccolo neo che non intacca un prodotto di tale levatura, ma che comunque è giusto sottolineare.
Personalmente in questa storia ci avrei visto bene inseriti anche i “Beatles” e “Lady D.”, ma di certo la carne al fuoco non manca.
Un Urasawa acronico, ispirato, tanto nel classico caratteristico tratto quanto nella raffinatissima trama al cardiopalma, confeziona un’opera ambiziosa, colta, ricercata, 20 volumi di pura epicità fumettistica.
La fotografia di una fotografia... migliore dell’originale!
Voto: 9
Il sodalizio tra Naoki Urasawa e Takashi Nagasaki ha dato vita a trame magnificamente intessute, dopo aver già collaborato in “Monster” ma sopratutto in “Pluto” (è nell'opera tributo a Tezuka che Nagasaki ha contribuito alla stesura della storia) i due decidono di fondere nuovamente i loro geni creativi ideando “Billy Bat”.
Stati Uniti, 1949.
Kevin Yamagata è un autore di fumetti nippo-americano, il suo Billy Bat, un pipistrello detective umanizzato che si districa con fare eroico in un mondo di animali anch'essi antropomorfizzati, sta spopolando in America. Durante una perquisizione nel suo studio di disegno un poliziotto fa notare a Kevin come il suo Billy sia identico al personaggio di un manga pubblicato anni prima in Giappone. Yamagata convinto di non aver plagiato nessuno (almeno non consapevolmente) e che il suo sia il Billy originale, si reca a Tokyo per cercare di risolvere il mistero. Qui scopre che Billy Bat è molto più di un semplice pipistrello su carta, constatando come spesso ciò che ha raffigurato lui stesso nel fumetto abbia una tragica corrispondenza con ciò che accade nella realtà. Nel mentre un’organizzazione segreta sta cercando a tutti i costi di mettere le mani su un certo rotolo risalente al periodo Sengoku.
Urasawa si destreggia voluttuosamente tra le sue zone di comfort, permeando l’opera di quella magnetica suspense e un tocco di paranormale con cui ormai ha ampiamente consolidato la sua cifra stilistica.
Le fattezze cartoonesche e fumettose del personaggio di Billy Bat trovano un perfetto equilibrio con il tratto “realistico” con cui è rappresentato il resto dell’universo narrativo, sinergizzando in un contrasto armonico tra fumetto e metafumetto su cui l’intera opera fa leva.
Pur presentandosi con una formula all’apparenza particolarmente originale “Billy Bat” di fatto non porta nulla di veramente innovativo, il concetto di metafumetto era già stato visto in “Mangabomber” e poi in “Bakuman” opera parallela a “Billy Bat” in termini di pubblicazione; inoltre l’idea del protagonista accusato di plagio verso un altro autore venne a Stephen King in “Finestra segreta, giardino segreto” da cui è stato tratto anche un film con Jhonny Depp “Secret Window”. E qui la prima genialata di Urasawa: Il padre di Kevin Yamagata era un giardiniere ed un giorno inventò delle avanguardistiche tronchesi, disse dell’idea ad un suo amico che divenne ricco brevettando le cesoie al suo posto. “Non devi mai rubare le cose degli altri” furono le parole del padre di Kevin in punto di morte. Ecco che il plagio del protagonista assume un peso morale gravoso, che intensifica il racconto.
Urasawa come fonte d’ispirazione attinge anche dal suo stesso parco opere: Il fumetto Billy Bat che prevede il futuro ricorda il libro delle profezie di “20th Century Boys”, e Kevin Yamagata è un ibrido tra Kenji Endo e Kenzo Tenma, tra l’altro a metà opera il protagonista scompare per poi riapparire nel finale proprio come Kenji in “20th Century Boys”, quindi stessa scelta narrativa. Le tecniche di narrazione scelte da Naoki sono le tipiche a cui il mangaka ci ha abituato: abuso della sospensione e continui flashback e flashforward a cesellare una storia che si dipana su più piani temporali.
La caratterizzazione dei personaggi è al solito magistrale, e anche se probabilmente non si raggiungono i livelli di “Monster” “20th Century Boys” o “Pluto” restiamo su standard altissimi. Cito Kyoshi Kurusu, personaggio meravigliosamente tratteggiato, stesso nome di Sada Kyoshi il Sadakiyo di “20th Century Boys”, anche lui come Kurusu bullizzato da bambino, il cui epilogo sulla luna è davvero un tuffo al cuore. E il poco biasimabile “omicida” Lee Harwey Oswald, tra i personaggi riusciti meglio dell’intera carriera artistica urasawiana, la cui personalità è esempio di tridimensionalità caratteriale difficilmente riscontrabile in un manga, protagonista indiscusso di uno degli archi narrativi più avvincenti dell’opera in esame. Nell’universo di “Billy Bat” personaggi fittizi e personaggi storici riescono a coesistere perfettamente intrecciando i loro destini uniti da un unico fil rouge: il pipistrello. Si passa da Gesù Cristo a Francisco Xavier, da un cavernicolo all’invasione della provincia di Iga da parte delle truppe di Nobunaga (fondamentale per il rotolo), con la lente di ingrandimento puntata però sul XX secolo. È sui fatti più incisivi del secolo scorso che infatti gli autori decidono di concentrarsi maggiormente, spaziando dalla seconda guerra mondiale all’assassinio di Kennedy, dall’allunaggio fino alla caduta delle torri gemelle; contestualizzando perfettamente personalità del calibro di Hitler ed Einstein, protagonisti di un dialogo da pelle d’oca in un giardino d’autunno. Urasawa scompagina lo spartito reinventando una storia in cui qualcosa va come deve andare e qualcos’altro no, una realtà in cui la Coca-Cola si chiama Golden Cola e Godzilla Godzulla. È questa insolita mistura dal fascino abbacinante fatta di vero e falso, di bianco e nero, a rendere “Billy Bat” un unicum nel panorama fumettistico.
È bianco o nero? È quello buono o quello cattivo?
Soltanto alcuni personaggi hanno il cosiddetto “dono” che gli permette di vedere ed interagire con l’entità del pipistrello.
Ad un certo punto del manga si scopre che ci sono due pipistrelli: uno bianco ed uno nero, uno buono ed uno cattivo. Urasawa depista il lettore scherzando un po’ come piace a lui, persuadendolo che la risoluzione dell’enigma si celi dietro la dicotomia bene-male.
Se Kevin Yamagata rappresenta il fumettista che dopo una gavetta secolare raccoglie i suoi frutti, Kevin Goodman (il suo successore come ruolo di protagonista ed autore di Billy Bat) rappresenta invece la borghesia e le facili opportunità: è infatti il figlio del presidente della Golden Cola e di una carismatica immigrata africana.
Kevin e Kevin, due facce della stessa medaglia. Un nikkeijin e un afro-americano, un povero e un ricco, un bianco e un nero, appunto. Sembrerebbe quindi logicamente consequenziale identificare uno come il buono e l’altro come il cattivo.
Ma Kevin Goodman in realtà dista anni luce dagli archetipi del malvagio (a detta di Urasawa è il protagonista che maggiormente lo rispecchia nelle sue opere), il ragazzo dimostra la stessa abnegazione di Yamagata nello svolgere il suo lavoro, inoltre non utilizzerà mai i soldi della famiglia per facilitarsi il compito, preferendo piuttosto partire da zero come tutti i normali fumettisti. Nonostante una contestualizzazione volutamente agli antipodi i due protagonisti incarnano le stesse identiche ideologie, e qui abbiamo (oltre alla lapalissiana denuncia all’industria dell’intrattenimento) la più importante critica che gli autori spingono all’umanità: la polarizzazione.
Sin dall’alba dei tempi l’essere umano per semplificarsi i processi logici e la comprensione del “tutto” tende a raggruppare le sue concezioni cognitive in due macrocosmi: bene e male, bianco e nero, dimostrando una certa incapacità di guardare nel mezzo. Cercando di decifrare il criptico simbolismo urasawiano, notiamo come l’autore cerchi invece di mostrarci le sfumature, l’intersezione tra i due macrocosmi e i microcosmi che vi orbitano all’interno, trascinandoci in un luogo in cui non esistono buoni o cattivi, bianchi o neri, ma solo uomini con le proprie ragioni, i propri ideali, le proprie bandiere... come in guerra. Esplicativo in tal senso il finale, non istrionico come poteva essere lecito attendersi ma comunque soddisfacente (ehi è Urasawa) e coerente con l’opera nella sua interezza.
Numerosissimi i riferimenti, alcuni espliciti altri più velati: il maggior numero di reference se le accaparrano “il Dio dei manga” Osamu Tezuka ( il personaggio di Zofu è un forte tributo al creatore di Astro Boy) e senza dubbio Walt Disney (il villain principale Chuck Culkin è palesemente ispirato al papà di Topolino e anche il personaggio di Billy Bat è un chiaro riferimento a Mickey Mouse, con tanto di Billyland in Florida).
Questo fumetto è uno sfavillante turbinio citazionistico, un ribollente calderone atavico che inizia con Francis Ford Coppola e finisce con Stanley Kubrick, attraversando, con veri e propri viaggi nel tempo, la storia, la musica, l’arte e la cultura pop in generale.
Se non vi piace Urasawa difficilmente questa lettura saprà farvi ricredere. “Billy Bat” è la consacrazione di una semantica autoriale tra le più riconoscibili in terra nipponica, e si presenta con i classici stilemi urasawiani senza se e senza ma; ciò nondimeno potrebbe rivelarsi l’opera perfetta per approcciarsi a un autore che, a conti fatti, si conferma di volta in volta una delle penne più raffinate delle nona arte.
Un manga sulla forza salvifica del fumetto, inteso non come mero intrattenimento, ma come importante mezzo divulgativo di un messaggio con cui è addirittura possibile salvare il mondo.
Si nota il solito (stavolta leggero) calo nel pre-finale, piccolo neo che non intacca un prodotto di tale levatura, ma che comunque è giusto sottolineare.
Personalmente in questa storia ci avrei visto bene inseriti anche i “Beatles” e “Lady D.”, ma di certo la carne al fuoco non manca.
Un Urasawa acronico, ispirato, tanto nel classico caratteristico tratto quanto nella raffinatissima trama al cardiopalma, confeziona un’opera ambiziosa, colta, ricercata, 20 volumi di pura epicità fumettistica.
La fotografia di una fotografia... migliore dell’originale!
Voto: 9
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