L’appassionato di fantascienza di una certa età, tanto quello cresciuto sulle pagine di”Urania” o sulle letture asimoviane, così come quello che ha visto il suo amore nascere davanti alla TV, sognando la plancia dell’Enterprise o le saghe dei Jedi, non potrà che sentire profumo di casa davanti a una piccola perla del fumetto giapponese come Verso la Terra (conosciuto internazionalmente con il titolo di Toward the Terra)
Un grande classico del manga degli anni '70 nato dalla penna della celebrata (e purtroppo semisconosciuta in Italia) Keiko Takemiya e facente parte di quei recuperi storici, fondamentali a mio avviso, che l’editore J-Pop Manga sta facendo in questi ultimi tempi, i quali ci stanno facendo conoscere, in alcuni casi per la prima volta in Italia, quelle mangaka che hanno davvero percorso un sentiero rivoluzionario, con il loro stile nuovo e particolarmente sofisticato. A cavallo degli anni '70 e '80, il famoso Gruppo 24 (nome dato in quanto le fumettiste erano nate tutte quante intorno all’anno 24 dell’Era Showa: il 1949) fondano le basi di quello che sarebbe stato il fumetto al femminile degli anni a venire, senza però limitarsi allo shoujo ma sfidando anche storie e campi che erano stati, fino a quel momento, quasi del tutto appannaggio degli uomini, non solo a livello giapponese ma anche internazionale.
La Takemiya si cimentò nella fantascienza con questo titolo, pubblicato dal gennaio 1977 fino al maggio 1980 sulla rivista per ragazzi Gekkan Manga Shōnen, di Asahi Sonorama. L'opera non passò inosservata e portò a casa, nel 1978, il Premio Seiun come miglior fumetto e il Premio Shogakukan per i manga nel 1980 come miglior shōnen/shōjo (assieme ad un'altra opera dell'autrice, Il poema del vento e degli alberi).
Siamo di fronte a una Space saga fatta e finita. La storia inizia in un futuro lontano; l’umanità ha reso impraticabile la vita sulla Terra ed è dovuta emigrare su altri pianeti, e per evitare che questo possa risuccedere, decide di sottomettersi a un sistema sociale completamente gestito da computer al cui vertice si trova la Grande Madre (i riferimenti a pietre miliari del genere come l’orwelliano “1984” sono fin troppo ovvi). Gli umani non nascono più in modo naturale, ma in vitro, eppure, nonostante questa estrema forma di controllo, in determinati casi la forza propulsiva dell’evoluzione si manifesta comunque con l’apparire del fattore denominato MU: cominciano a nascere cioè degli individui con poteri paranormali di vario tipo, in special modo telepatici. Tutti gli umani alla nascita vengono affidati a due genitori selezionati con cura, così da formare sempre nuclei famigliari a tre, senza alcun legame di sangue. Famiglie totalmente artificiali costruite per far crescere l’individuo psicologicamente stabile ma sempre sotto controllo fino all’età di 14 anni, momento in cui i ragazzi devono sostenere un esame per diventare adulti. Questa prova prevede che le memorie vengano cancellate e che svuotati i ragazzi dei loro ricordi, vengano mandati in una stazione-scuola, una specie di accademia militare per cadetti, in modo che vengano formati come cittadini perfetti e gli vengano instillate le “giuste nozioni”. Alcuni continueranno la carriera militare, altri chiuderanno il cerchio, tornando indietro e ricoprendo il ruolo di genitore-educatore.
Ma cosa succede se questo meccanismo viene spezzato, se c’è un’anomalia? Alcuni candidati non superano l’esame perché rifiutano di essere “resettati”; questi ragazzi presentano particolari poteri psichici e vengono chiamati appunto MU. Ma i candidati che si ribellano al lavaggio del cervello devono essere eliminati. È quanto scopre sulla sua pelle il protagonista di questa storia, Jomy Marcus Shin, che si rifiuta di abbandonare i suoi ricordi e viene salvato proprio nel momento culminante dell’esame dal leader dei Mu, Soldier Blu, che lo porta (tipo Neo di Matrix) tra i ribelli. Scoprire in un colpo solo di appartenere ad una razza diversa, che considerava tra l’altro nemica, e cosa ancora più dura, che tutta la sua vita fino ad allora era stata una finzione, è un colpo durissimo per Jomy. Non è più umano ma non si sente neanche Mu, soffrendo il fatto di essere un libro aperto alla telepatia di chi gli sta intorno.
Superate le prime diffidenze riuscirà a svolgere il ruolo a cui era designato da tempo, sostituire Soldier Blu e cercare di guidare il suo popolo verso la libertà e il luogo natio della civiltà umana: la Terra!
La storia procede spedita e dà il giusto spazio alle azioni e ai fatti, soprattutto per quel che riguarda i due protagonisti principali. È indubbio infatti che la trama sia incentrata su Jomi (soldier Shin) e il suo rivale/alter ego, Keith Anyan, figlio prescelto del sistema computerizzato che domina l'universo. Non a caso visto che,
oltre a essere i leader degli schieramenti che si fronteggiano nella storia, i due sono molto più simili di quanto che loro stessi sono disposti a credere. Il risvolto di una stessa medaglia.
La mangaka, con un tocco melodrammatico classico del periodo, vuole darci due sostanziali messaggi: quello classico del rispetto del proprio pianeta e del non affidare il proprio futuro solo alla tecnologia, ma anche quello, più che mai attuale, dell'accettazione della diversità. Per ottenere questo, come dicevo all’inizio, sfilano tutta una serie di deja vu del genere, davvero in quantità incredibile. Molti troveranno evidenti gli omaggi a Star Trek (tanto che al warp drive non viene neanche dato un altro nome) ma anche a Battlestar Galactica (un popolo su un’astronave ala ricerca della Terra perduta) ma forse in pochi riconosceranno il palese omaggio ad uno dei romanzi pilastro della fantascienza americana degli anni 40: "Slan", di A.E. Van Vogt. Forse è proprio da qui che è nato il mio amore per quest'opera, da adolescente ho letto infatti questo ancora attualissimo romanzo che parlava di un popolo dotato di poteri Esp il cui leader si chiamava Jommy (guarda caso…), e in seguito non potei non apprezzare la serie animata del 2007 che mi fece infine conoscere il manga.
La Takemiya realizza infatti, con una destrezza tecnica e stilistica davvero lodevole, un'opera di largo respiro. I disegni di astronavi e dei congegni elettronici, seppur mantenendo il mood retrò del suo tratto, non soffrono il confronto con i suoi colleghi maschi e anche in questo caso fanno riferimento a tutto il bagaglio dell'immaginario pop fantascientifico, tra astronavi e stazioni orbitanti, fino agli immensi computer dominanti.
Che ci sia dietro una mano femminile resta però un dato di fatto, a partire dal tratto con cui vengono disegnati i vari personaggi, tipico del disegno shoujo dell'epoca, per non parlare della trama, in cui gli scontri "stellari" e le scene di battaglia tipiche di una space opera lasciano il posto a una visione più intimistica dei protagonisti con una certa vena dei dialoghi a sfociare nel prolisso. Tutto questo fino al classico finale apocalittico incentrato sullo scontro uomo-macchina, anche questo tipico del fumetto e dell'animazione giapponese del dopo guerra.
Ecco forse proprio il finale, è la parte che mi ha emozionato meno; se proprio devo trovare un difetto in quest'opera, a fronte di una struttura narrativa tutta costruita proprio su di esso, con il classico confronto uomo - macchina e le ultimissime pagine lasciate alla libera interpretazione del lettore.
Verso la Terra era una mancanza piuttosto pesante nel panorama editoriale manga italiano: J-Pop, sull'onda dei recuperi che abbiamo già sottolineato, ce lo ha portato come anteprima a Lucca in un elegante box da collezione formato da tre volumi 12x17, per 360 pagine (alcune a colori, molto belle) ed elegante sovraccoperta.
Per chi non volesse il box sono disponibili anche i volumi singoli: ne sono usciti fino ad ora due.
Un grande classico del manga degli anni '70 nato dalla penna della celebrata (e purtroppo semisconosciuta in Italia) Keiko Takemiya e facente parte di quei recuperi storici, fondamentali a mio avviso, che l’editore J-Pop Manga sta facendo in questi ultimi tempi, i quali ci stanno facendo conoscere, in alcuni casi per la prima volta in Italia, quelle mangaka che hanno davvero percorso un sentiero rivoluzionario, con il loro stile nuovo e particolarmente sofisticato. A cavallo degli anni '70 e '80, il famoso Gruppo 24 (nome dato in quanto le fumettiste erano nate tutte quante intorno all’anno 24 dell’Era Showa: il 1949) fondano le basi di quello che sarebbe stato il fumetto al femminile degli anni a venire, senza però limitarsi allo shoujo ma sfidando anche storie e campi che erano stati, fino a quel momento, quasi del tutto appannaggio degli uomini, non solo a livello giapponese ma anche internazionale.
La Takemiya si cimentò nella fantascienza con questo titolo, pubblicato dal gennaio 1977 fino al maggio 1980 sulla rivista per ragazzi Gekkan Manga Shōnen, di Asahi Sonorama. L'opera non passò inosservata e portò a casa, nel 1978, il Premio Seiun come miglior fumetto e il Premio Shogakukan per i manga nel 1980 come miglior shōnen/shōjo (assieme ad un'altra opera dell'autrice, Il poema del vento e degli alberi).
Siamo di fronte a una Space saga fatta e finita. La storia inizia in un futuro lontano; l’umanità ha reso impraticabile la vita sulla Terra ed è dovuta emigrare su altri pianeti, e per evitare che questo possa risuccedere, decide di sottomettersi a un sistema sociale completamente gestito da computer al cui vertice si trova la Grande Madre (i riferimenti a pietre miliari del genere come l’orwelliano “1984” sono fin troppo ovvi). Gli umani non nascono più in modo naturale, ma in vitro, eppure, nonostante questa estrema forma di controllo, in determinati casi la forza propulsiva dell’evoluzione si manifesta comunque con l’apparire del fattore denominato MU: cominciano a nascere cioè degli individui con poteri paranormali di vario tipo, in special modo telepatici. Tutti gli umani alla nascita vengono affidati a due genitori selezionati con cura, così da formare sempre nuclei famigliari a tre, senza alcun legame di sangue. Famiglie totalmente artificiali costruite per far crescere l’individuo psicologicamente stabile ma sempre sotto controllo fino all’età di 14 anni, momento in cui i ragazzi devono sostenere un esame per diventare adulti. Questa prova prevede che le memorie vengano cancellate e che svuotati i ragazzi dei loro ricordi, vengano mandati in una stazione-scuola, una specie di accademia militare per cadetti, in modo che vengano formati come cittadini perfetti e gli vengano instillate le “giuste nozioni”. Alcuni continueranno la carriera militare, altri chiuderanno il cerchio, tornando indietro e ricoprendo il ruolo di genitore-educatore.
Ma cosa succede se questo meccanismo viene spezzato, se c’è un’anomalia? Alcuni candidati non superano l’esame perché rifiutano di essere “resettati”; questi ragazzi presentano particolari poteri psichici e vengono chiamati appunto MU. Ma i candidati che si ribellano al lavaggio del cervello devono essere eliminati. È quanto scopre sulla sua pelle il protagonista di questa storia, Jomy Marcus Shin, che si rifiuta di abbandonare i suoi ricordi e viene salvato proprio nel momento culminante dell’esame dal leader dei Mu, Soldier Blu, che lo porta (tipo Neo di Matrix) tra i ribelli. Scoprire in un colpo solo di appartenere ad una razza diversa, che considerava tra l’altro nemica, e cosa ancora più dura, che tutta la sua vita fino ad allora era stata una finzione, è un colpo durissimo per Jomy. Non è più umano ma non si sente neanche Mu, soffrendo il fatto di essere un libro aperto alla telepatia di chi gli sta intorno.
Superate le prime diffidenze riuscirà a svolgere il ruolo a cui era designato da tempo, sostituire Soldier Blu e cercare di guidare il suo popolo verso la libertà e il luogo natio della civiltà umana: la Terra!
La storia procede spedita e dà il giusto spazio alle azioni e ai fatti, soprattutto per quel che riguarda i due protagonisti principali. È indubbio infatti che la trama sia incentrata su Jomi (soldier Shin) e il suo rivale/alter ego, Keith Anyan, figlio prescelto del sistema computerizzato che domina l'universo. Non a caso visto che,
oltre a essere i leader degli schieramenti che si fronteggiano nella storia, i due sono molto più simili di quanto che loro stessi sono disposti a credere. Il risvolto di una stessa medaglia.
La mangaka, con un tocco melodrammatico classico del periodo, vuole darci due sostanziali messaggi: quello classico del rispetto del proprio pianeta e del non affidare il proprio futuro solo alla tecnologia, ma anche quello, più che mai attuale, dell'accettazione della diversità. Per ottenere questo, come dicevo all’inizio, sfilano tutta una serie di deja vu del genere, davvero in quantità incredibile. Molti troveranno evidenti gli omaggi a Star Trek (tanto che al warp drive non viene neanche dato un altro nome) ma anche a Battlestar Galactica (un popolo su un’astronave ala ricerca della Terra perduta) ma forse in pochi riconosceranno il palese omaggio ad uno dei romanzi pilastro della fantascienza americana degli anni 40: "Slan", di A.E. Van Vogt. Forse è proprio da qui che è nato il mio amore per quest'opera, da adolescente ho letto infatti questo ancora attualissimo romanzo che parlava di un popolo dotato di poteri Esp il cui leader si chiamava Jommy (guarda caso…), e in seguito non potei non apprezzare la serie animata del 2007 che mi fece infine conoscere il manga.
La Takemiya realizza infatti, con una destrezza tecnica e stilistica davvero lodevole, un'opera di largo respiro. I disegni di astronavi e dei congegni elettronici, seppur mantenendo il mood retrò del suo tratto, non soffrono il confronto con i suoi colleghi maschi e anche in questo caso fanno riferimento a tutto il bagaglio dell'immaginario pop fantascientifico, tra astronavi e stazioni orbitanti, fino agli immensi computer dominanti.
Che ci sia dietro una mano femminile resta però un dato di fatto, a partire dal tratto con cui vengono disegnati i vari personaggi, tipico del disegno shoujo dell'epoca, per non parlare della trama, in cui gli scontri "stellari" e le scene di battaglia tipiche di una space opera lasciano il posto a una visione più intimistica dei protagonisti con una certa vena dei dialoghi a sfociare nel prolisso. Tutto questo fino al classico finale apocalittico incentrato sullo scontro uomo-macchina, anche questo tipico del fumetto e dell'animazione giapponese del dopo guerra.
Ecco forse proprio il finale, è la parte che mi ha emozionato meno; se proprio devo trovare un difetto in quest'opera, a fronte di una struttura narrativa tutta costruita proprio su di esso, con il classico confronto uomo - macchina e le ultimissime pagine lasciate alla libera interpretazione del lettore.
Verso la Terra era una mancanza piuttosto pesante nel panorama editoriale manga italiano: J-Pop, sull'onda dei recuperi che abbiamo già sottolineato, ce lo ha portato come anteprima a Lucca in un elegante box da collezione formato da tre volumi 12x17, per 360 pagine (alcune a colori, molto belle) ed elegante sovraccoperta.
Per chi non volesse il box sono disponibili anche i volumi singoli: ne sono usciti fino ad ora due.
Che dire quindi di questo manga? Un titolo che regala una space opera dai toni classici, chiara figlia della cultura pop del periodo, che sicuramente farà piacere agli appassionati della fantascienza di una certa età, ma che credo possa interessare anche ai più giovani. Un tratto sempre molto elegante ma senza far mancare nulla in termini di design e caratterizzazione può accontentare ogni tipo di palato, l'elegante edizione di J-Pop, inoltre, è una vera gioia per gli occhi e non potrà che impreziosire la vostra libreria anche dal punto di vista estetico.
Pro
- un classico che arriva per la prima volta in Italia
- I disegni della Takemiya
- Edizione di pregio
Contro
- Essendo un titolo con 40 anni alle spalle, la trama potrebbe sembrare poco originale
- Non adatto a chi cerca un tipo di storia di fantascienza più avventuroso e meno intimistico
Sarebbe bello se J pop avesse la possibilità di portare l'autrice in Italia...ma questa è un'operazione complessa.
Manga affascinante e pioniere per il genere sci-fi nipponico. Oltre a tutte le citazioni elencate da Ironic (anche a me è venuto in mente il follow the white rabbit wachowskiano! ) è notevole lo stile con cui queste vengono elaborate in un amalgama che ha una formula per me assolutamente perfetta.
Non ho potuto fare a meno di respirare ovunque "la Forza" nel modo in cui i Mu sembrano muoversi nella realtà con una semantica della telepatia che richiama una sorta spiritualismo cosmico. Si sente per lo stesso motivo anche odore di newtype.
Anche il finale l'ho gradito assai. E parlando di citazioni io ho sentito in lontananza le urla di Krypton nell'epilogo.
Davvero complimenti a J-Pop per questa sua politica di recupero dei classici che è una vera assurdità siano rimasti inediti da noi per decenni!
Val la pena ricordare che dal manga fu anche tratto un film anime.
Ed ovviamente continuo a sperare in un recupero anche della Yamato (sto diventando noiosa, ma spero che così qualcuno della J-POP noti qualche post e ci pensi su), anche lei membro del gruppo 24.
Nota di merito all'edizione Jpop, almeno per quel che riguarda l'esterno (l'interno devo ancora testarlo ma mi fido xD), confezione bellissima, le cover sono meravigliose! Sarà un piacere accostarlo al Poema! ?
Credimi, la firma Takemiya si sente tutta!
Ci sono un sacco di "coppie implicite" che non possono non suggerire e ricordare parecchie cose a chi conosce l'autrice, o ha orecchio per intendere.
Ricordo che l'anime mi appassionò nonostante la regia piuttosto svogliata quindi, salvo enormi differenze, credo che l'opera originale non mi deluderà.
Complimenti per la recensione!
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