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9.5/10
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"Se l'uomo percepisce la verità in uno stato di coscienza, vedrà ovunque solo la miseria e l'assurdità della vita... e un grande disgusto lo assalirà" (F.W. Nietzsche - Su verità e menzogna in senso extramorale)

Chiaki J. Konaka nella sceneggiatura di "Texhnolyze" sembra essere riuscito a riscrivere il pensiero di Nietzsche, trasformando il "disgusto" in "disperazione".
Chi mi ha preceduto nella recensione di questa serie è riuscito in taluni casi a sviscerare gli innumerevoli e più o meno reconditi riferimenti a opere, correnti filosofiche e religioni perlopiù ascrivibili alla cultura occidentale. Tuttavia, sebbene sia un'opera pregna di concetti e significati anche più prossimi alla nostra cultura, la visione di "Texhnolyze" risulta comunque ostica, allegorica, metaforica e non da ultimo agnostica.

Il "De Profundis" dell'utopia cyberpunk?

"Texnholyze" è stato ideato dai medesimi autori di "Serial Experiments Lain" e "Haibane Renmei": Chiaki J. Konaka, Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi Abe. Chi già conosce le opere citate e si accinge alla visione di questa serie potrà intuire che ne segue lo stesso stile, che definirei come "abrasivo": nessun compiacimento al "mainstream", nessun compromesso, tantomeno commerciale.
E per un'opera del genere non si potrebbe neppure scrivere una recensione secondo gli stilemi classici, perché chi avrà la voglia, la curiosità e il coraggio di arrivare fino al termine forse proverà come me la sensazione che "Texhnolyze" non si pone come obiettivo principale quello di piacere alla più vasta platea possibile. Anzi, si potrebbe al limite tacciarla di essere un esempio di sfoggio di un abile sincretismo costruito tramite un florilegio di citazioni, immagini, stili, metafore spesso misleading, per poi consentire di arrivare alla comprensione del senso del messaggio dell'opera solo negli episodi finali, quelli più lirici ma anche meno criptici, in cui si pensa di intuire il profondo messaggio di sfiducia, smarrimento e dolore insito nell'esistenza umana.

L'abrasività di "Texhnolyze" la si percepisce ovviamente non solo per la trama e il finale del percorso escatologico piuttosto cupo e tragico, ma anche e soprattutto per lo stile espositivo/visivo molto sperimentale, spesso estremo e audace, talvolta innovativo e quasi anticipatore. I primi episodi sono particolarmente impegnativi: immagini e inquadrature psichedeliche, primi piani inquietanti con sguardi torvi, sofferenti, assenza quasi totale di dialoghi, silenzi, rumori e musiche che incutono disagio nello spettatore. Le interazioni tra i personaggi sono lente, contemplative, prima facie anche noiose e confuse, che disorientano e mettono a dura prova l'attenzione dello spettatore, che si ritrova di fronte a un guazzabuglio di messaggi senza essere in possesso della "Stele di Rosetta", una sorta di monolite granitico, incomprensibile e inquietante, dove l'unica costante che sembra presente e unire come un fil rouge tutti gli episodi è il dolore fisico e psicologico dei personaggi, contrapposto ai loro vani e ridicoli tentativi di ribellarsi al destino, da intendersi come la fine dell'esistenza.

"Ti dimostrerò che il Texhnolyze non esiste a scopo distruttivo. Ti renderò un uomo dello stesso valore di Onishi, se non perfino migliore" (Eriko Kaneda, la dottoressa che impianta gli arti artificiali a Ichise).

L'illusione che la sostituzione di parti umane con quelle robotiche e perennemente sostituibili o riparabili rappresenta la chimera dell'umanità, per superare in primis i suoi limiti biologici, fino a raggiungere l'immortalità.
In questo senso "Ghost In The Shell" di M. Oshii era già andato oltre, immaginando che lo spirito di una persona fosse traducibile in bit e trasferibile da un corpo cibernetico a un altro con l'altro elemento tipico del cyberpunk dell'ambientazione futuristica e distopica in cui ci si poneva il quesito sulla natura dell'anima, della coscienza di sé (il "Ghost") una volta scorporato dallo "Shell".
"Serial Experiments Lain" ne estremizza il concetto, spostando la dimensione dell'esistenza dal reale al virtuale, per cercare di capire se sia considerabile ancora una forma di vita quella nata e sviluppata sulle mere informazioni che si sviluppano nella rete e in generale in potenti computer (vedasi l'AI).
"Texhnolyze" con il suo percorso finale sembra invece l'amara constatazione della futile illusione dell'uomo di elevare la propria esistenza a una perfezione fisica e mentale che non le è propria, e che è destinata inesorabilmente a fallire, nonostante tutti i tentativi di superare i limiti, proprio perché l'uomo non è destinato né capace di sopportare l'esistenza perfetta e infinita che tanto anela.
"Texnholyze" è una sorta di iperbole, e lo si intuisce chiaramente una volta che i protagonisti raggiungono la superficie. In un'ambientazione onirica, metafisica e di pace senza più alcuna passione o emozione, il dolore che contraddistingue la vita umana diventa atarassia sterile e senza senso in un loop continuo in attesa di Godot.
Tanto da far sembrare le vicende della sotterranea e "umana" Lux e dei suoi personaggi di spicco la vera essenza dell'esistenza umana, che trae forza e un senso proprio dalla sua fragilità e caducità, in cui la morte, ma anche e soprattutto i continui tentativi di sottrarvisi da parte di tutti i personaggi, non è altro che il senso proprio dell'esistenza.
"Texhnolyze" non è nichilista nel senso filosofico del termine, ma è per certi versi la sua negazione. L'unico personaggio che potrebbe essere definito come tale è Yoshii.
È l'unico che agisce ispirandosi all'aforisma di Nietsche citato in apertura. Lui è l'unico che traduce l'esistenza in un atto di distruzione del tutto, per provare a risorgere libero da tutto. Resta tuttavia un anarcoide che sembra voler impersonare l'Übermensch che si diletta a far saltare gli equilibri di Lux solo per dimostrare di esistere, in antitesi alla desolazione della vita nel mondo perfetto della superficie.

Semmai, "Texnholyze" tende ad assomigliare per certi versi a "Tenshi no Tamago" di M. Oshii. E Ichise, dall'inizio alla fine, come "L'uomo che guarda" di Moravia, è un viaggiatore che parte per una nuova destinazione da esplorare, alla scoperta di emozioni, facendole proprie. Da osservatore passivo di ciò che lo circonda, oggetto incurante di qualsiasi cosa gli facciano, si trasforma in un soggetto che scruta emozioni e vicende riguardanti la propria esistenza e quella altrui, anche senza viverle in forma attiva, con un atteggiamento surrealmente molto simile a quello di uno studioso, di fronte a un fenomeno. Per poi rendersi conto che nulla riesce a diventare definitivamente un suo patrimonio, perché tutto è fumoso e fuggevole.

Dal punto di vista tecnico, "Texhnolyze" è "stunning": sbalorditivo. Riuscire a rappresentare per immagini l'alienazione, la solitudine, il dolore fisico e psicologico con quelle atmosfere cupe, dark, con colorazioni sature, contrastate all'eccesso, è un po' come inventare un nuovo "linguaggio" che sembra voler indagare nel profondo e rappresentare la realtà da punti di vista nuovi e quasi sorprendenti. Sotto questo aspetto Hiroshi Hamasaki (regista anche di "Steins;Gate") si è spinto verso un deciso sperimentalismo eccentrico e simbolico degno e adeguato a una sceneggiatura criptica come quella di Konaka.

Per concludere, "Texnolyze" rappresenta, a suo modo, l'arte. Si potrà opinare su contenuti e modalità di rappresentazione, ma resta uno tra i più fulgidi esempi dell'animazione nella cosiddetta Golden Age.